Desde los márgenes

Página oficial de Javier Giraldo Moreno S.J.

Portada del sitio > Reflexiones > ¿Pace in Colombia?

¿Pace in Colombia?

Miércoles 27 de julio de 2016, por Javier Giraldo M. , S.J.

Pochi giorni fa è stato firmato all’Avana un documento che definisce il penultimo dei sei punti dell’agenda concordata all’inizio del dialogo, comprendente l’impegno per un cessate il fuoco bilaterale e che si vorrebbe definitivo.

Dopo sessant’anni di conflitto armato che ha causato molti milioni di vittime e ha portato a un progressivo degrado del paese, negli ultimi quattro anni la Colombia ha vissuto la ricerca di un accordo di pace tra il governo e la guerriglia delle FARC. Questo processo è andato via via svelando i labirinti, talvolta senza uscita, in cui è necessario addentrarsi per cercare questi accordi.

Il paese ha già vissuto 33 anni di “processi di pace” falliti, senza contare le trattative, gli accordi, e le eliminazioni degli ex-combattenti. Una lunga tradizione mostra che gli accordi non vengono rispettati e che i combattenti ribelli vengono eliminati dopo il disarmo, e non solo loro ma anche le forze sociali e politiche che gli sono vicine.

Pochi giorni fa è stato firmato all’Avana un documento che definisce il penultimo dei sei punti dell’agenda concordata all’inizio del dialogo, comprendente l’impegno per un cessate il fuoco bilaterale e che si vorrebbe definitivo. Tuttavia il paese si trova fortemente polarizzato per la crescita di posizioni politiche di estrema destra, reminiscenti della guerra fredda, rafforzate dall’enorme potere economico di una classe imprenditoriale multinazionale che difende rabbiosamente, e con mezzi potenti, i suoi interessi.

Malgrado la grande euforia per la pace, che si traduce in frasi e slogan ripetuti da tutte le parti, quando si guardi dietro a questi slogan e a queste frasi superficiali emergono numerose preoccupazioni. Alcuni analisti critici richiamano l’attenzione su alcune contraddizioni come le seguenti.

1) Si percepisce un doppio linguaggio: nei documenti ufficiali si afferma che il processo di pace nasce dal riconoscimento che la guerra ha radici sociali e nel corso di questa entrambe le parti hanno commesso dei crimini; l’altro linguaggio, usato dal governo al di fuori del tavolo della trattativa e amplificato dai media e dalla classe dominante, è tutto centrato sulla sconfitta e la resa della guerriglia, costretta dal trionfo militare dello Stato a sedersi al tavolo della trattativa.

2) Benché nel programma dei negoziati il governo abbia accettato di discutere le radici del conflitto, in particolare nei campi della terra e della democrazia, nei fatti tutte le proposte su questo tema sono rimaste come semplici enunciazioni di punti sui quali è stato impossibile discutere.

Il governo ripete che il modello socio-politico vigente non è negoziabile, e invita la guerriglia, una volta deposte le armi, a presentarsi alle elezioni per sollecitare la società ad appoggiare le sue proposte di riforma.

Questo sarebbe normale in un regime democratico, ma il governo sa che, se non riforma il sistema elettorale, uno dei più corrotti al mondo, e la proprietà dei mezzi di informazione, né la guerriglia né alcun movimento di opposizione potrà mai ottenere un qualunque successo alle elezioni.

3) Una lunga polemica ha accompagnato la scelta finale dei ribelli di accettare la simmetria di trattamento per i combattenti di entrambe le parti, malgrado la gravità enormemente maggiore dei crimini commessi dallo Stato. Allo stesso modo furono costretti ad accettare l’immunità di fronte alla giustizia per gli ex capi di stato e la non responsabilità dei capi per i delitti commessi dai loro subordinati. Due eccezioni ai princìpi stabiliti dalla Corte penale internazionale che rafforzano e ampliano il campo dell’impunità.

4) Lo sviluppo del dialogo ha causato molte perplessità nei settori più coscienti della società, via via che diveniva chiaro che lo stato semplicemente negava l’esistenza degli ostacoli più gravi sulla via della pace, le forze paramilitari, la dottrina del nemico interno e della sicurezza nazionale, la criminalizzazione della protesta sociale. Inoltre nessuno può capire perché i negoziati non abbiano portato a un accordo per la riduzione delle forze armate dello stato, ma al contrario a un loro aumento e rafforzamento. La domanda che tutti si pongono è: se davvero siamo alla fine della guerra, perché non si riducono le mostruose spese militari?

5) Uno dei punti più controversi e più discussi durante le trattative è stato quello relativo alle vittime del conflitto. Su questo punto si è giunti a un accordo per una “giurisdizione speciale per la pace” che non lascia tranquilli numerosi analisti di entrambe le parti. Queste corti non applicheranno il diritto nazionale ma solo i trattati internazionali, e in esse saranno presenti anche magistrati stranieri. I responsabili di crimini, siano essi guerriglieri, militari, imprenditori o altro, che li confessino saranno condannati a pene alternative e non alla prigione, al contrario di coloro che non confessino. Questa formulazione è stata elogiata da molti, anche se può prestarsi a garantire l’impunità, come già sta avvenendo in alcuni casi in cui viene applicata dalla giustizia colombiana. Questo fa sì che si debba guardare all’accordo sulla giustizia con riserva.

6) In generale, le ragioni che hanno portato la guerriglia al tavolo delle trattative risiedono nell’impossibilità pratica di realizzare dei cambi sociali per mezzo della lotta armata, data l’estrema superiorità delle armi dello stato, sostenuto dal potere imperiale degli Stati Uniti.
Brilla per la sua assenza ogni accenno alle sofferenze, alle rivendicazioni, alle motivazioni etiche che hanno portato tanti a levarsi in armi contro lo stato. Il discorso politico dominante è pragmatico ed egoista, e mostra un’arrogante indifferenza per ogni reale possibilità di giustizia. I discorsi del presidente Santos all’estero hanno insistito soprattutto sul fatto che la pace favorirà gli imprenditori e investitori stranieri, che potranno intensificare la spoliazione delle risorse naturali del paese, mentre il governo si incaricherà di reprimere violentemente le proteste delle comunità colpite dalla distruzione ambientale e sociale che queste imprese multinazionali hanno causato e continuano a causare.

L’estrema destra condanna il processo di pace perché favorisce l’impunità dei ribelli, sicuramente responsabili di non pochi crimini di guerra, mentre il movimento popolare teme soprattutto l’impunità per i potenti, gli agenti dello stato, i paramilitari, i cui crimini di guerra, di lesa umanità e di genocidio superano di molte volte, in numero e in crudeltà, quelli degli insorti, e perché la loro impunità assicura la continuità del potere repressivo che continuerà a colpire i settori meno protetti della società e bloccherà con violenza ogni tentativo di riforma sociale, per quanto necessaria.

Malgrado tutti gli sforzi formali per costruire uno stato di diritto, soprattutto a partire dalla Costituzione del 1991, il potere reale continua a essere in mano a una minoranza potente e collegata a interessi transnazionali. Viviamo in un paese schizofrenico, in cui il potere formale si basa sulla legalità, mentre quello reale si appoggia alle mille reti clandestine della violenza parastatale, i cui legami con lo stato ufficiale sono totalmente negati dai funzionari dello stato e dai mezzi di informazione di massa.

La prima esperienza recente di giustizia transizionale fu realizzata dal governo di estrema destra del presidente Alvaro Uribe nel 2005, mediante la legge 975 chiamata paradossalmente “legge di giustizia e pace”. Vi fu una trattativa con i paramilitari, che apertamente sostenevano la sua candidatura alla presidenza, in seguito alla quale questi si sottomisero a una giustizia estremamente indulgente: furono smobilitati circa 32.000 paramilitari autori di 42.000 crimini atroci, ma solo 22 furono condannati, e quasi tutti sono ora in libertà.

Accanto a questa strategia di negoziazione con gruppi che non potevano essere definiti delinquenti politici, posto che erano agenti clandestini dello stesso stato, l’ex-presidente Uribe mise in atto altre strategie perché il paramilitarismo continuasse a essere attivo, promuovendo un “paramilitarismo legale” impegnando milioni di persone in compiti di sorveglianza e informazione, imponendo alle società private di sicurezza compiti di ausiliari delle forze armate. Allo stesso tempo gran parte del paramilitarsmo illegale tornò molto presto alle sue azioni criminali con gli stessi obiettivi, la persecuzione di qualunque movimento sociale o di protesta mediante scritti di ispirazione anticomunista e fascista, appoggio incondizionato al governo e alle sue forze armate, sostegno alle imprese multinazionali le cui attività di distruzione dell’ambiente vengono qualificate come “progresso”, trovando sostegno finanziario nelle maggiori reti di narcotraffico. Oggi le frange legali e illegali del paramilitarismo collaborano attivamente, sotto il velo di un linguaggio ufficiale che ne nega addirittura l’esistenza.

Sin dall’inizio delle attuali trattative le FARC avevano affermato che mai si sarebbero sottoposti alla giustizia colombiana, data la sua estrema corruzione, la sua responsabilità nella mostruosa impunità dei più atroci crimini dello stato e dei paramilitari, e la sua svergognata parzialità e dipendenza dal regime, un giudizio condiviso da una maggioranza della popolazione che considera il sistema giudiziario eticamente collassato. Sono state proposte molte formule che garantissero l’imparzialità, compresa la creazione di una corte penale regionale sostenuta dai regimi progressisti dell’America latina.

Mentre gli insorti cercavano strutture giudiziarie indipendenti, gli agenti dello stato erano tormentati dalla considerazione di quanto era accaduto in altri paesi latino-americani, in cui leggi che assicuravano l’impunità ai militari e altri funzionari dello stato furono successivamente invalidate da tribunali internazionali. L’ex-presidente César Gaviria lanciò una lettera aperta chiedendo la blindatura assoluta delle misure di impunità, in modo che in nessun caso, anche in futuro, possano essere revocate da tribunali internazionali o nazionali.

Nel momento in cui scrivo non è ancora stato firmato l’accordo definitivo, ma già si pensa che il processo è irreversibile e che tra poco avverrà la cerimonia solenne della firma. Si è già stabilito un calendario per la consegna delle armi alle Nazioni Unite e sono state individuate 23 aree rurali per il concentramento dei ribelli, mentre si iniziano a implementare diversi punti degli accordi.

Quello che si firmerà non sarà tuttavia una pace, ma un cessate il fuoco. La pace bisognerà cominciare a costruirla, principalmente nelle zone dove la guerra è stata più intensa. In questo momento la polarizzazione è grande, e siamo in molti a ritenere che sinché non si risolvano i problemi che sono alla base del conflitto, l’estrema disuguaglianza, la concentrazione della proprietà della terra, la mancanza di democrazia, la repressione criminale di ogni forma di protesta sociale e di ogni tentativo di ricerca di una società più giusta, il conflitto può riaccendersi con conseguenze imprevedibili.

Infine è necessario notare che, per il momento, l’accordo sarà firmato solo dalle FARC, mentre l’altro gruppo guerrigliero di pari importanza storica e numerica, l’Esercito di Liberazione Nazionale, malgrado alcuni passi significativi, non ha ancora raggiunto un accordo minimo sull’agenda dei lavori per poter iniziare il dialogo con il governo.

Javier Giraldo Moreno, S. J.
Roma, 4 luglio 2016.

¿Un mensaje, un comentario?

moderación a priori

Este foro es moderado a priori: su contribución sólo aparecerá una vez validada por un/a administrador/a del sitio.

¿Quién es usted?
Su mensaje

Para crear párrafos, deje simplemente líneas vacías.