Portada del sitio > Otras Lenguashola > Riconfigurare la speranza in un contesto di perdita della speranza
  • articulo

Italiano

  Riconfigurare la speranza in un contesto di perdita della speranza

Javier Giraldo, S. J.

Martes 17 de enero de 2006, por Javier Giraldo M. , S.J.

Molti anni fa, quando esposi la situazione del mio Paese di fronte ad un pubblico in maggioranza cristiano a Saragozza, in Spagna, al termine una signora protestó, molto alterata, perché avevo lasciato nel pubblico la sensazione che non c’era rimedio e che la situazione avrebbe continuato a peggiorare. Secondo lei sarei venuto meno al mio dovere di fare un’analisi della situazione secondo l’ottica della speranza cristiana e di lasciare negli ascoltatori una sensazione di speranza.

Le risposi che avrei fatto torto alla veritá se avessi terminato la mia esposizione affermando che le cose sarebbero cambiate in un tempo prevedibile. Onestamente non vedevo nessun segno che annunciasse un cambio positivo, tutto al contrario: i poteri di morte che stavano dominando nel mio Paese mostravano una forza tale, che avevano tutte le possibilitá di consolidare progressivamente il proprio dominio.

In quel gruppo di spettatori di Saragozza si levó quella notte un dibattito appassionato sulla speranza, che mi lasció profondi interrogativi.

E’ certo che la speranza possiede un elemento di audacia e di ribellione verso ció che la cruda realtá cerca di imporci. E’ certo inoltre che la speranza non puó alimentarsi di analisi su ció che giá esiste, fatte con strumenti di scienza, che ci permettono solo di accedere a ció che é, e non a ció che deve essere. Peró é anche certo che una speranza che cerchi di sottovalutare i condizionamenti della realtá, di ignorarli o di eluderli mediante discorsi riferiti a mondi inesistenti, é una speranza che potrebbe qualificarsi come oppio o sonnifero, che ci porta a tollerare facilmente la ignominia reale, coprendola con un manto di sogni irreali.

Molti paradigmi della speranza, tanto nel mondo del teologico - incentrati nella salvazione - quanto nel mondo del politico - incentrati nella rivoluzione - hanno rinchiuso la speranza in frontiere ideologiche con forti dosi di rassegnazione e di passiva attesa.

Credo che almeno nei settori cristiano progressisti non si caratterizzino piú come speranza le attitudini passive, cosa che in passato fu considarata come la virtú “cristiana” della rassegnazione.

Erich Fromm, in uno scritto che intitoló La Rivoluzione della Speranza, ha espresso bene la sua maniera di concepire la speranza in questi termini:

    “Avere speranza significa essere preparati in qualsiasi momento a ció che ancora non nasce, peró senza arrivare a disperarsi se la nascita non avviene nel corso della nostra vita. Pertanto non ha senso aspettare ció che giá esiste o ció che non puó essere. Coloro la cui speranza é debole lottano per le comoditá o per la violenza, mentre coloro la cui speranza é forte riconoscono e fomentano tutti i segni della nuova vita e stanno pronti in tutti i momenti per aiutare l’avvento di ció che si trova in condizioni di nascere.” [1]

Per Erich Fromm la speranza é un elemento della struttura vitale dell’essere umano, peró é legata ad un altro elemento fondamentale di questa struttura vitale, che é la fede. E Fromm, nello stesso capitolo, descrive la fede come “la conoscenza della possibilitá reale, la coscienza della gestazione. La fede é razionale quando si riferisce alla conoscenza del reale che ancora non nasce, e si fonda su quella facoltá di conoscere e di apprendere che penetra la superficie delle cose e ne vede l’essenza. La fede, allo stesso modo che la speranza, non é predire il futuro, bensí la visione del presente in stato di gestazione. (ibid.)

Peró ció che, secondo Fromm, é piú caratteristico della speranza e della fede, ossia lo sforzo per vedere il reale che non é nato peró che é in gestazione; quello sforzo per comprendere le linee di forza che stanno configurando la realtá che é in gestazione, é allo stesso tempo ció che spiega la CRISI DELLA NOSTRA SPERANZA.

Molti concentrano lo sguardo sull’aspetto positivo di questo nuovo mondo che é venuto nascendo nella modernitá: ammirano i progressi della scienza, il suo potere di dominio sulla materia e le meraviglie ottenute nel campo delle comunicazioni, peró noi concentriamo lo sguardo sui costi umani che tutto questo ha causato e non possiamo contemplare con nessuna allegria né entusiasmo quelle meraviglie. Come non riconoscere che questo mondo meraviglioso della modernitá ha dato alla luce un “inferno” per al meno il 60% dell’umanitá? E parlo di “inferno” ricordando che nella Divina Commedia di Dante l’iscrizione incisa sulla porta dell’inferno lo rendeva quasi equivalente alla perdita della speranza: “Lasciate ogni speranza, voi che entrate.”

Vorrei avere una capacitá di osservazione piú limitata per poter albergare alcune dosi di ottimismo, peró ogni volta che cerco di esaminare le linee di forza di ció che é in gestazione e che al nascere distrugge progressivamente i nostri sogni, mi vedo sempre piú incapace di elaborare l’immagine di un presente in stato di gestazione positiva e gratificante.

La mia identitá ideologica si forma principalmente negli anni ’60, quando realizzo i miei studi universitari di filosofia e allo stesso tempo opto per la vita religiosa. Insieme a molti altri compagni ed amici, gesuiti e non gesuiti, religiosi e laici, credenti e non credenti, viviamo il fascino della scoperta che il mondo, e soprattutto il nostro continente e il nostro Paese, potevano essere diversi. L’America Latina in quegli anni era un fermento di idee politiche e teologiche che cercavano affannosamente di incarnarsi nella realtá attraverso movimenti militanti. Liberazione era la parola magica che risvegliava tutti gli entusiasmi, tanto nel politico quanto nel teologico. Testimonianze come quella di Camilo Torres o del Vescovo Gerardo Valencia commuovevano e destabilizzavano lo status quo, peró in quasi tutti i Paesi, dal Messico e Centro America fino al Cono Sud, sorgevano profeti e movimenti che invitavano all’azione. I teorici producevano analisi tanto evidenti delle strutture dell’ingiustizia che era difficile dubitare che coloro che avessero una coscienza retta si avventurerebbero in un processo di cambio rivoluzionario. Gli eserciti popolari che sorgevano dovunque sembravano annunciare quei nuclei di resistenza que renderebbero invincibili le ansie delle masse impoverite davanti alla repressione patologica dei potenti. Nonostante la fragilitá di tutto ció che nasce dagli esclusi, sembrava che la speranza cominciasse a invadere molti campi anteriormente occupati dalla fatalitá dell’ingiustizia.

Gli anni ’70 furono gli anni del martirio. L’America Latina si riempí di dittature che si definivano di “sicurezza nazionale”. Il potere fu esercitato in quasi tutte le parti dalla casta militare che incarnava la brutalitá. Le dimensioni della barbarie sembravano rivelare che i poteri ingiusti stavano smascherando il suo autentico volto, irrazionale e inumano, che porterebbe irrimediabilmente alla sua delegittimazione e al suo crollo, e che il movimento rivoluzionario si stava valorando nel soffrimento e nel martirio per rendere reale una volta di piú la consegna dei primi cristiani: “il sangue dei martiri é seme di cristiani.” Anche allora credevamo que la testimonianza del sangue fosse la semina di una vittoria molto piú contundente, grazie alla sua dimensione etica incontrovertibile.

In Colombia non ci sono state dittature militari negli anni ’70 e ’80, peró le strategie repressive dei nostri governi si sono adeguate ai medesimi principi delle dittature, rafforzati dall’astuzia di preservare tutte le formalitá della democrazia, per “legittimare” la repressione con un discorso che la faceva apparire come “difesa della democrazia.”

Nonostante la barbarie, che inondó di sangue e dolore il continente, io direi che questa tappa non si é vissuta nella mancanza di speranza. Esisteva una certa coscienza che si stesse attraversando una notte oscura che stava inevitabilmente avanzando verso l’alba.

A misura che avanzava la decade degli ’80, le dittature lasciarono il posto ad un modello de Stato che si chiamó, senza pudore, “di democrazia ristretta”, disegnato dai tecnocrati e ideologi della alleanza “Trilaterale”, che riuniva i colossi del capitalismo mondiale: Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone. Ci fu un riallineamento di molti rimasugli di movimenti popolari che uscivano anemici dalla lunga notte delle dittature e che cominciavano a ridisegnare le proprie strategie per sfruttare i piccoli spazi “democratici” che offrivano quei regimi, nei cui discorsi non mancavano le critiche alla repressione dittatoriale. Il linguaggio dei diritti umani, come un linguaggio legittimato dal foro mondiale piú ampio di poteri che é quello delle Nazioni Unite, cominció a profilarsi come un’alternativa per canalizzare i dinamismi dei movimenti popolari che esigevano giustizia, o come un’alternativa che, nel sottomettersi alle regole e ai procedimenti del Diritto, allontanava i timori della violenza rivoluzionaria come strategia di cambio di strutture.

Gli ultimi anni della decade degli ’80 e i primi della decade dei ’90 potrebbero caratterizzarsi come l’espansione del discorso dei diritti umani. Si pensó che la memoria negativa della brutalitá delle dittature era sufficientemente forte per alimentare un movimento contro l’impunitá che esorcizzasse per sempre la barbarie e che consolidasse il rispetto per il Diritto, di modo che progressivamente si potessero rivendicare i diritti consacrati dalla comunitá internazionale come diritti umani, includendo i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali.

Tuttavia, due fenomeni che si affermarono con forza all’inizio degli anni ’90 porteranno alla frustrazione tutte quelle speranza: da una parte, la crisi definitiva del socialismo reale, col suo effetto centrale di consolidare un mondo unipolare imperialista; dall’altra, la globalizzazione progressiva dell’economia mondiale, che rese meramente simbolici i poteri di Stati e governi, poiché il potere reale si insedió nelle imprese multinazionali e nel capitale transnazionale.

Un nuovo ciclo di violenza torna ad essere comprensibile, peró non appare piú articolato in progetti concreti. La negazione massiva dei diritti economici, sociali e culturali di popoli interi e di porzioni molto estese di quasi tutte le societá, provoca violente proteste che portano a forme di repressione ancora piú violente. Si percepisce l’avanzata del terrorismo, che rivela livelli molto preoccupanti di disperazione.

Non ci troviamo piú nelle decadi precedenti, quando per lo meno esistevano paradigmi alternativi di organizzazione sociale, anche se pieni di difetti. La stessa corruzione dei modelli socialisti lascia profonde ondate di desincanto e di perdita di speranza. Peró ció che piú alimenta la perdita di speranza é la fatalitá che ogni giorno si afferma di piú, che questa complessa realtá che chiamiamo mondo, come prodotto di un’articolazione di linee di forza che dominano il suo fondamento e che sembra lo domineranno per tempi molto lunghi, é fatalmente condannata a mantenere solo una piccola fascia di esseri umani che vivono in condizioni accettabili, mentre cerca la maniera di disfarsi delle grandi maggioranze, che devono restare escluse dal consumo e dallo sviluppo umano mediante le regole “democratiche” del mercato.

Negli anni passati abbiamo letto con commozione quel romanzo che Erich Fromm caratterizzó come “utopie negative”, come quella di George Orwell intitolata “Mille Novecento Ottanta Quattro”, o quella di Aldous Huxley intitolata “Un Mondo Felice”. Queste ci presentavano, nel campo della finzione, come un sistema potesse programmare gli esseri umani perché lo assimilassero e si adattassero allo stesso, sterminando valori che credevamo fossero i piú profondamente umani. Peró oggi molti dei meccanismi utilizzati dallo Stato colombiano, sempre col patrocinio degli Stati Uniti, mi ricordano con molto realismo gli orrori di queste utopie negative.

Quando la tortura, praticata da agenti dello Stato, si generalizzó in Colombia nel 1979, con un gruppo ogni volta piú numeroso di colombiani ingrossammo il movimento di difesa e promozione dei diritti umani. Trovammo nella confrontazione tra il diritto interno e il diritto internazionale una via possibile per difendere i valori umani fondamentali che prima avevamo voluto difendere appoggiati piú a movimenti sociali e politici, che furono demonizzati radicalmente dall’Istituzione. Dovetti cominciare a sommergermi in discipline giuridiche che fino ad allora mi erano estranee, e la mia speranza si rivestí, in dimensioni non disprezzabili, di lotta giuridica. Non posso negare che ottenemmo qualche successo: ottenemmo che lo Stato colombiano firmasse molti trattati internazionali di diritto umano; modificare molti processi giudiziali; creare molti incarichi ufficiali relazionati con la protezione dei diritti umani; che organi internazionali esercitassero pressioni sul governo con lo scopo di proteggere molte vittime, e un momento importante fu il cambio della Costituzione Nazionale nel 1991, poiché incorporó nel suo testo la maggioranza dei trattati internazionali di diritto umano.

Peró a misura che tutto questo mondo delle formalitá legali si andava trasformando, la realtá della violazione quotidiana e brutale dei diritti umani andava aumentando e distruggendo tutte le speranze che si erano rivestite di giuridicitá. Per me la decade dei ’90, durante la quale mi disimpegnai come Segretario Esecutivo della Commissione di Giustizia e Pace, e come tale dovetti inoltrare la denuncia di migliaia di crimini di lesa umanitá innanzi ai poteri giudiziari dello Stato, costituí un incontro faccia a faccia con la finzione giuridica. Scoprii come l’impunitá si alimentasse di discorsi doppi e di strategie astutamente disegnate in maniera che la forma non scalfisse la realtá. Per questo negli ultimi anni di servizio nella Commissione di Giustizia e Pace preferii denunciare la stessa Giustizia piú come un ostacolo, che come un aiuto per proteggere la dignitá umana.

In Colombia é esistita, a partire dalla metá della decade dei ’60, l’alternativa della guerra, della soluzione violenta del conflitto sociale, rappresentata da gruppi guerriglieri nati dagli scontenti e dai poveri, che nonostante la brutalitá della repressione non si sono estinti, anzi, sono cresciuti. La speranza che puó incarnarsi in un conflitto armato é una speranza molto fragile. Tutte le guerre portano mali enormi, e molto piú una guerra tra forze enormemente disuguali. Per questo da 20 anni anche in Colombia esistono movimenti per la pace, nei quali la speranza si riveste di una soluzione politica e non militare del conflitto armato, peró sono movimenti che in questi 20 anni hanno raccolto solo frustrazioni e perdita della speranza. Nonostante in molti discorsi si accetti la necessitá di un cambio urgente delle strutture economiche, sociali e politiche perché scompaia la giustificazione della guerra, nelle negoziazioni reali si cerca solamente che lo status quo si preservi intatto.

Negli ultimi anni la guerra si é acutizzata di molto ed é arrivata a produrre distruzioni e traumi molto profondi nella societá. Anche la modalitá della guerra che viviamo distrugge profondamente la speranza. Non é facile intendere la logica di questa guerra, perché l’analisi predominante é quella che fa l’Istituzione, padrona dei mezzi di “informazione” di massa. La comunitá internazionale ha canalizzato i suoi sforzi di pace verso la Colombia attraverso due consegne centrali: convincere i due poli della necessitá di una soluzione politica negoziata, al posto di una soluzione militare del conflitto, e pressare per l’applicazione del Diritto Internazionale Umanitario. Queste due consegne, che si considerano tanto giuste nella loro formulazione astratta, quando si applicano in concreto si parzializzano, perché i mediatori non vogliono capire le crude realtá che hanno motivato la guerra e perché non vogliono capire che una guerra tra forze enormemente disuguali non puó sottomettersi alle stesse norme umanitarie delle guerre tra forze relativamente equilibrate. In altre parole, come nella maggioranza delle guerre, si rivela allo stesso tempo un profondo conflitto tra la logica dell’efficacia, da un lato, e dell’etica e il diritto, dall’altra.

Peró ció che rende meno risolvibile il problema della guerra in Colombia é che lo Stato, patrocinato dai governi degli Stati Uniti, ha creato a partire dagli anni ’60 uno strumento per degradare la guerra senza misura, come la strategia paramilitare, che implica corpi di civili armati che agiscono come il braccio clandestino dell’esercito ufficiale, concepiti per trapassare tutte le barriere giuridiche ed etiche della guerra col fine di garantire la sua efficacia. La logica di questo strumento comporta necessariamente che la popolazione civile sia sempre piú coinvolta nella guerra e che metodi di terrore dominino ogni volta di piú lo sviluppo della guerra. E ció che rende meno risolvibile un tale conflitto, é che questa stessa logica obbliga a creare linguaggi fittizi in cui lo Stato deve far giocare il ruolo di “attore indipendente” al paramilitarismo per potersi legittimare di fronte alla comunitá internazionale, e lo Stato colombiano, immerso in una schizofrenia inveterata, ha giocato magistralmente questo ruolo.

Quando la nostra speranza si é rivestita di veritá; quando abbiamo concentrato i nostri sforzi per mettere al meno la nostra cruda realtá davanti agli occhi dei nostri compatrioti e della comunitá internazionale, con la fiducia che la sola scarna visione di quello che succede risveglierá i sentimenti e i dinamismi piú genuinamente umani per opponersi all’ingiustizia, allora ci incontriamo faccia a faccia con un’altra delle linee di forza che caratterizza questo mondo moderno in cui siamo immersi: il potere manipolatore dei mass media, che legato com’é ai grandi conglomerati del capitale, occulta e seleziona, tergiversa e manipola, demonizza e sacralizza, d’accordo con interessi inconfessabili. Si é arrivati perfino all’estremo di esibire come “martiri della veritá” coloro che morirono sotto la violenza disperata delle vittime delle loro menzogne.

Quando la nostra speranza si é rivestita di autonomia e abbiamo sognato ingenuamente che con la fine della “guerra fredda” sarebbe scomparso lo schema dei blocchi emisferici di potere e che gli Stati Uniti non avrebbero piú tanto timore dell’infiltrazione ideologica di una potenza nemica nel suo “giardino dietro casa”, smettendo, pertanto, di bloccare i nostri sforzi di autodeterminazione e di ricerca di una maggiore giustizia sociale, anche questa speranza crolló. Quando scomparve il fantasma del “Comunismo”, rapidamente gli Stati Uniti inventarono un nuovo pretesto: il narcotraffico, per controllare da vicino tutti i movimenti di trasformazione sociale. E nonostante abbiano montato un discorso sopra il narcotraffico pieno di incoerenze e di menzogne, la comunitá internazionale gli ha creduto e lo ha appoggiato. Il “Plan Colombia” é un progetto di intervenzione politica e militare che si appoggia su questo discorso fieno di falsitá.

Di fronte a questo crollo dei rivestimenti della speranza é logico che uno si ritrovi con molte manifestazioni di perdita di speranza. Non posso fare a meno di ricordare una riflessione compartita con un gruppo di madri di desaparecidos a Buenos Aires, Argentina, quando da un balcone osservavamo una manifestazione di campagna elettorale in un contesto in cui tutti i candidati erano di destra. In quel momento percepimmo come si concretasse uno degli effetti piú terribili della dittatura: aver eliminato tutta una generazione ideologica e aver condizionato con il terrore le opzioni politiche della generazione successiva, forse in maggior misura a livelli inconsci. Era forzoso riconoscervi l’esito della barbarie e il suo potere di disegno del futuro.

In Colombia mi incontro costantemente con vecchi militanti che possono sostenere solo pochi minuti di conversazione dopo il saluto, per il timore di parlare del loro attuale inserimento dentro il sistema dominante. Ci sono occasioni in cui il tema sorge penosamente, quasi con la necessitá di una catarsi, e allora appare il dilemma esistenziale che continua a tormentare in segreto, tra rovinare la vita sottomettendola al rischio permanente e alla persecuzione aperta o velata, in funzione di speranze che sempre crollano, o cercare di vivere con un minimo di tranquillitá, a costo di zittire i valori in cui prima aveva creduto con la piú profonda delle convinzioni. Non poche volte si considera questo come un tributo al “realismo” e alla “sensatezza”, riconoscendo che il mondo é dominato da poteri avversi alla giustizia e alla ragione.

Mi sono incontrato anche con molti casi opposti: quelli che rovinano la propria vita coscientemente; che la sottomettono ai rischi piú estremi; che rinunciano a tutte le stabilitá familiari e sociali, e assumono impegni che sono sicuri li porteranno alla morte in tempi molto brevi. E non pochi di questi lo fanno senza speranza; con la sicurezza che la propria lotta e l’offerta della vita non cambieranno per niente la situazione, perché i poteri che affrontano sono mostruosamente superiori, peró sentono che l’unica forma di essere fedeli a sé stessi é distruggersi pronunciando un rotondo “NO” di fronte a questo mondo inaccettabile, e cercando di distruggere il piú possibile di questo mondo prima di morire. Qui si spiega una delle forme del terrorismo attuale, quasi l’unica che la nostra societá percepisce e segnala con dito accusatore, poiché il terrorismo di Stato quasi non si considera nel mondo dell’opinione pubblica.

Oggi queste realtá esistenziali stanno incidendo molto nello sviluppo della guerra in Colombia. In alcuni circoli intellettuali si sta aprendo un dibattito sopra se sia etico o no impegnarsi in una guerra che non puó essere vinta, anche se si basa su ragioni giuste. Alcuni, invocando l’”etica della responsabilitá” come la definisce Max Weber, affermano che non é lecito appoggiare una guerra che porta solo distruzioni e sofferenze senza apportare nessuna speranza di riuscita. Altri, appellandosi all’”etica della convinzione” come la definisce lo stesso Max Weber, affermano che la speranza di riuscita non puó essere il criterio fondamentale per partecipare a una guerra, bensí la giustizia intrinseca della sua causa. In tutte le guerre si crea un conflitto profondo tra l’efficacia e l’etica, tra i fini ed i mezzi. Peró qui si progettano sfide molto radicali nella maniera come assumiamo la speranza. Sembra che la speranza sia legata in qualche modo alla previsione di un risultato o di una ricompensa futura.

Molti si domandano se l’assenza della speranza di riuscita non lasci altra via d’uscita che accettare la situazione attuale come imperativo etico, perché tentare di cambiarla provocherebbe solo fallimenti accompagnati da sofferenze. E sfortunatamente questa assenza di speranza di riuscita é ogni volta piú evidente, considerati i mezzi ogni volta piú potenti coi quali lo status quo si sostiene.

Mi sono domandato molte volte se per caso le incarnazioni della speranza non siano tutte troppo legate e condizionate dal fattore della riuscita e della ricompensa.

La teologia cristiana della speranza é cresciuta durante molti secoli circondando di successi e di ricompense i bordi finali dell’esistenza storica dell’individuo; riempiendo di attrattive il Cielo che verrá dopo la morte, le cui gratificazioni si immaginano come inversamente proporzionali alle soffererenze e privazioni dell’esistenza terrena.

L’ideologia politica della speranza si appoggia su di uno schema identico all’anteriore. La stessa sequenza di sofferenza/ricompensa é lí affermata, sebbene in linguaggi secolarizzati, e forse quella necessitá ideologica di consolidare l’immagine del cielo secolare delle rivoluzioni trionfanti, che concretizzi il successo e la ricompensa di coloro che anteriormente investirono in sofferenze e rischi, é ció che piú corrompe le rivoluzioni trionfanti e le converte in un meccanismo di riproduzione delle ingiustizie contro cui prima si erano sollevate.

Peró mi sono chiesto come potremmo slegare la speranza dal fattore della riuscita o della ricompensa che agiscono come suo impulso dinamico. Tutte queste crisi della speranza a volte ci obbligano a tornare a considerare il Vangelo da altre prospettive e a scoprirvi dimensioni inedite.

Molti teologi, durante vari secoli, hanno ritratto Gesú predicando un “Regno dei Cieli” pletorico di ricompense padronali, a cui si accede dopo la morte. Altri teologi piú moderni lo hanno rappresentato meglio predicando un “Regno di Dio” come utopia sociale e storica, a cui si accede quando si assumano comunitariamente i valori che si scoprono con maggiore autenticitá e spontaneitá nel cuore degli uomini, e quando crollano le convenzioni storiche prodotte dall’egoismo. Una corrente contemporanea di teologi ha optato per un punto di partenza poco classico, que é la possibile ricostruzione storica di Gesú di Nazareth come contadino giudeo del primo secolo, sommerso nella materialitá del suo momento storico e reazionando umanamente davanti ad esso, mettendo tra parentesi la sua divinitá fino a poterla ricostruire come analisi di senso elaborata da coloro che assunsero i suoi valori, dotandosi cosí di una protezione di fronte a tutte le signorie disumanizzanti.

In quest’ultima corrente ci sono analisi che sfidano e destabilizzano le nostre comprensioni classiche della speranza. Le relazioni della morte di Gesú, reinserite nella materialitá del suo momento storico, la presentano come un rotondo fallimento, sopra la cui oscuritá si costruisce, forse in varie decadi, la profonda teologia della resurrezione. E nel climax narrativo di questo fallimento si riprende il primo versetto del salmo 22 che per molti non finisce di tenere un effetto scandaloso vicino alla blasfemia: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” In questa teologia non c’é una risposta di Dio che penetri la materialitá storica del fallimento per trasformare o ammortizzare il suo crudo realismo di fallimento. Le risposte divine saranno elaborate su un altro livello che é quello della fede, e in quelle non smetterá di percepirsi sempre il dinamismo che le anima, che si sforza di penetrare nell’immagine occulta del fallimento. Alcune di queste letture si azzardano a segnalare che Gesú preferí morire registrando una dolorosa assenza esistenziale di Dio, prima di morire tradendo alcuni dei valori per i cuali si giocó la vita, i quali lo portarono, senza alcun dubbio, al commovente fallimento della croce.

In questa teologia svanisce quell’immagine della speranza legata inesorabilmente alla riuscita e alla ricompensa, e si deve cominciare ad elaborare una comprensione della speranza relazionata meglio con il fallimento. E non c’é dubbio che tale comprensione della speranza esigerá anche la morte di molte immagini di Dio; immagini legate alla logica esistenziale della riuscita e della ricompensa.

Mi azzarderei a caratterizzare questa riconfigurazione della speranza che qui si insinua, come un’adesione esistenziale a valori autovalidanti, ossia, a utopie e progetti che non estraggono il proprio valore della garanzia, della proiezione o della promessa di riuscita o di ricompensa estrinseca che comportano, bensí che hanno valore per sé stessi e possiedono un potere gratificante intrinseco che puó convivere perfettamente con il fallimento senza per questo distruggersi.

Non ignoro che questa comprensione della speranza non rientra nella nostra cultura occidentale. L’essere umano configurato dalla nostra cultura, come lo segnala Erich Fromm nell’Arte d’amare, “sperimenta la sua energia vitale come un investimento dal quale si deve ottenere il massimo lucro, tenendo in conto la sua posizione e la situazione del mercato della personalitá (...). La sua finalitá principale é il commercio vantaggioso delle sue destrezze, delle sue conoscenze e di sé stesso come ‘bagaglio di personalitá’” [2]. Tutte le nostre strutture ed istituzioni educative, ricreative, economiche, sociali e accademiche sono basate su questa centralitá della riuscita, come causa efficiente e finale dell’energia vitale, a cui nemmeno si sottrae la religione: Fromm aggiunge: “la credenza in Dio si é convertita in una risorsa psicologica la cui finalitá é rendere l’individuo piú adatto per la lotta competitiva” (ibid.). Non c’é dubbio che il cristianesimo si é adattato profondamente, durante i secoli, a questo modello culturale e per questo dovremmo farci troppa violenza per separare la speranza della riuscita che é stato il suo suolo nutritivo.

Una speranza che possa convivere con il fallimento, direbbero non in pochi, si converte in una speranza malinconica, spogliata della allegria e dell’entusiasmo che sono stati considerati come le sue note concomitanti. Non c’é altro riemdio che accettare questo verdetto che tuttavia rimane impigliato nei nostri modelli culturali di un’allegria e un entusiasmo profondamente amalgamati anche con la riuscita.

Un cristianesimo contro-culturale, che credo sarebbe il piú autentico, dovrebbe attingere di piú dai modelli delle culture sotterranee degli esclusi, quasi sempre criptati sotto rivestimenti culturali equivoci, che permettano loro di sopravvivere sotto la cultura dominante, peró mirando a contro-valori che appena spuntano sotto forti cappe di censura. Mi sono chiesto, per esempio, perché la morte violenta possieda tanta densitá rituale e festiva, anche se si deve rivestire di tanti simboli negativi che la rendono accettabile tra i modelli culturali dominanti. Non abbiamo mai ottenuto che la celebrazione della Pasqua competa in densitá festiva con i Venerdí Santi, nonostante la Pasqua ritualizzi con esuberanza un successo sublime, che cerca di far sfumare l’incubo del fallimento del Venerdí Santo. Quale cerimonia potrá superare l’entusiasmo tragico dei funerali dei kamikaze palestinesi?

Esistono allegrie che si rivestono di tristezza. Esistono entusiasmi che si rivestono di tragedia. Non é facile sovvertire strutture mentali configurate dalla centralitá della riuscita.

In tutta questa densità festiva della tragedia, sembra che si nasconda qualcosa che non si può esprimere in altro modo nella cultura dominante, ed è la convinzione profonda che è preferibile soffrire língiustizia che partecipare alla ingiustizia, anche se il soffrire la ingiustizia ha tutte le connotazioni negative dellínsuccesso nella cultura dominante e il patecipare alla ingiustizia è associato a tutti i successi e allegrie della cultura dominante. Questa convinzione la esprime uno scrittore marxista ceko, Milan Machovec, nel suo bel libro “Gesù per gli atei”. Nel suo libro afferma che: “un’ateo che assume seriamente, fino alla morte, la vita e lo sforzo per il movimento che ama, senza cinismo e senza riserve opportunistiche può benissimo ammettere che il momento in cui Pietro scoprì che Gesù era ancora vincitore, anche se fino a quel momento vi era stata solo una triste e concreta morte in croce, è stato uno dei momenti più grandi dell’umanità e della storia” [3]

Però per scoprire questo è necessario prendere conscienza del fatto che la maggior parte delle allegrie, esiti e trionfi della cultura dominante vengono associati all’ingiustizia, e che la costruzione della giustizia viene ordinariamente associata all’insuccesso e alla sofferenza, anche se ha il massimo potere gratificante in un Vangelo che non si conforma alla cultura dominante.

Voglio solamente segnalare con questo che i pozzi dove beve la controcultura sono pozzi profondi, e non é facile immergersi in queste grotte.

Notes :

[1ROMM, Erich, “La Rivoluzione della Speranza”, Fondo di Cultura Economica, Bogotá, 2000, pag. 21

[2FROMM, Erich, “L’Arte di Amare”, Paidos, Barcellona, pag. 103

[3Machovec, Milan, “Gesù per atei”, Sígueme, Salamanca, 1976, pg. 39


WWW.JAVIERGIRALDO.ORG